Le differenze imposte tra Nord e Sud. Ovvero la guerra dei memi.

ottobre 12, 2010 § 2 commenti


Il meme è una unità di informazione: una frase, un concetto, un modo di dire, una musichetta, una pubblicità o una citazione, etc. Erving Goffman oppure George Lakoff direbbero semplicemente che i memi sono frame.
Ovvero ciò che, prendendo corpo cognitivamente in una mente, influenza meccanismi tali che più copie di esso vengono create in altre menti.
I memi forti possono modificare le menti, condizionare i comportamenti, catalizzare framing collettivi e trasformare le culture.
I memi si possono propagare in modi facili da capire oppure attraverso catene complesse di causa ed effetto, quasi a caso, in modo caotico.
Marshall McLuhan predisse negli anni settanta che le guerre future sarebbero state condotte attraverso guerriglie informazionali non combattute in cielo, né per le strade, né nelle foreste, né nei mari internazionali, ma nei giornali e nelle riviste, alla radio, in televisione e su Internet. Ovvero una sporca propaganda avrebbe preso corpo in guerre mediatiche senza esclusione di colpi, di visioni alternative del futuro e nuove espressioni di dominio del potere.
Di certo nella nostra era dell’informazione e delle reti, chi costruisce e propaga memi detiene il potere.
Il meme appartiene in senso gramsciano alla sfera del “senso comune”, perché il suo fine è di modificare l’opinione media di una certa società, criticando, sbeffeggiando, correggendo, svecchiando e, in definitiva, introducendo “nuovi linguaggi comuni”.
Gramsci diceva che ogni strato sociale ha il suo senso comune e il suo buon senso, che sono in fondo le concezioni della vita e dell’uomo, più diffuse.
Il senso comune non è qualcosa di irrigidito e di immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni e di opinioni entrate nel costume.
Il senso comune crea il futuro folclore, cioè una fase relativamente irrigidita delle conoscenze popolari di un certo tempo e luogo, ne disegna luoghi comuni e stereotipi.
Ma che cosa c’entra tutto questo con le differenze tra Nord e Sud dell’Italia? Perchè esiste una guerra di memi che schiaccia il Sud e rende così diverso il Nord?
Dalle cliniche private milanesi (a volte chiuse per corruzione, truffa, danno a persone, abuso di potere, ecc, come la Santa Rita) [1], ai recentissimi casi ultimi di malasanità verificatisi a Padova e Milano [2], un solo tratto emerge: l’attenzione dei media a normalizzare il fatto e trattare l’argomento per non più di 48/72 ore. Di contro al Sud ogni argomento di malasanità è tema da agenda setting per settimane.
A settembre 2010 la Rai ha lanciato un blog in cui segnalare e raccogliere i casi di malasanità; ne emerge un profilo impietoso per il Nord: è a pari del Sud nei racconti fatti dai cittadini. Su 190 post pubblicati, 43 casi di malasanità sono al Nord, 43 al Sud e 34 al Centro [3].
La malasanità, come il crimine o la corruzione, sono ovunque in Italia, non di certo concentrati in singole regioni o province, e non si spiega perché il comportamento dei media sia così difforme tra Nord, Centro e Sud.
Di certo una delle spiegazioni è la concentrazione degli editori al Nord. Considerando che rari sono gli editori puri in Italia, ovvero quelli che non hanno solo come attività di business l’editoria, possiamo capire come l’interesse è diretto verso mercati che possono garantire pubblicità, nonostante la forte concorrenza dei programmi più generalisti. Programmi che per forza di cose devono mantenere, alimentare e generare stereotipi di differenziazione positiva tra il mercato che investe e il mercato che di investimenti ne fa pochi.
Mentre al Nord la pubblicità traina il mercato delle imprese e crea un immaginario positivo utile a sostenere il territorio, al Centro e al Sud è la “politica dello scandalo” e del ricatto mediatico a trainare l’immaginario negativo, inchiodando il territorio proprio a questo immaginario negativo.
Ma la concentrazione non è un fenomeno unicamente televisivo, interessa marcatamente anche la carta stampata.
In Italia si pubblicano 91 testate e le prime due, Corriere della Sera e Repubblica, hanno quote di mercato di poco superiori al 10 %  della diffusione giornaliera, mentre i gruppi cui fanno capo totalizzano assieme poco più del 40 % della diffusione complessiva.
Inoltre, se andiamo al di là dei dati nazionali sulle vendite di quotidiani per studiarne la distribuzione geografica, troviamo una forte segmentazione nella quale in ogni mercato locale, quello in cui ciascuno di noi lettori abita, uno o due giornali raccolgono la maggior parte dei lettori [4] [5].
Questo significa, ovviamente, che il condizionamento dell'”opinione pubblica” ( così chiamata da Walter Lipperman )  è molto più forte dove esistono concentrazioni nette e storiche, oppure dove i media, in funzione degli interessi economici dei propri editori, costruiscono nuove logiche di ricatto e meccanismi di pressione clientelare nei confronti dei governi regionali e locali. [6]
Se consideriamo, inoltre, che una recente ricerca [7] ha preso in esame il rapporto tra il numero di reati commessi in Italia tra il 2005 e il 2008, il numero di notizie relative a questi crimini sui principali telegiornali e la percezione della minaccia alla sicurezza personale, secondo un sondaggio su un campione rappresentativo della popolazione, possiamo comprendere che il numero di reati considerati, e avvenuti, (omicidi, lesioni, sequestri di persona, violenza sessuale, furti e rapine, estorsioni, usura, associazione a delinquere, spaccio di stupefacenti, prostituzione e immigrazione clandestina) è totalmente più basso della rappresentazione mediatica che è stata comunicata dai media.
La sovraesposizione del fenomeno sicurezza da fine 2006 a oggi vede in prima linea i telegiornali Mediaset, seguiti dai telegiornali Rai, con un numero assoluto di notizie inferiore, ma pur sempre evidenti e di gran impatto.
La percezione che i cittadini hanno, circa la gravità del fenomeno e le minacce alla propria sicurezza personale, segue il trend dell’informazione televisiva, mentre appare del tutto scollegata rispetto ai dati reali del fenomeno criminalità.
Scelte simili, e le politiche editoriali in tema di informazione, in particolare per la malasanità al Sud e i fenomeni di insicurezza collettiva, risultano relativamente analoghe tra i diversi notiziari, soprattutto guardando ai telegiornali più seguiti, con effetto imitativo che può partire da autonome scelte giornalistiche ma che poi si alimenta nel tempo per necessità di seguire il gradimento del pubblico per determinati temi.
La drammatizzazione su malasanità, sul tema sicurezza e sugli scandali privati dei politici ha seguito e seguirà sempre da vicino il ciclo politico ed elettorale delle elezioni legislative e regionali.
I media con informazioni costruite e manipolate ad hoc possono cambiare vissuti ed esponenziali attraverso un costante processo memetico, generando framing e immaginari.

Chomsky ci ricorda che 10 sono le macrostrategie usate dai media per la guerriglia informazionale [8]:


1 – La strategia della distrazione.
L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione.
Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare.
3 – La strategia della gradualità.
Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi.
4 – La strategia del differire.
Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato.
5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini.
La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile.
6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione.
Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo.
7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità.
Far sì che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù.
8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità.
Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti.
9 – Rafforzare il senso di colpa.
Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!
10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca.
Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

Nella sostituzione della realtà con un suo simulacro, nell’uso della seduzione e della fascinazione e di strategie di controllo e manipolazione del linguaggio, il segno linguistico è svincolato completamente dall’obbligo di designare qualcosa di reale.
Ciò comporta non soltanto un radicale cambiamento della dialettica tra significato e significante, ma anche di quella tra emittente e destinatario della comunicazione, rendendo così sempre più difficoltosa la trasmissione di informazioni nel processo comunicativo e mettendo in crisi il modello di comunicazione stesso.
Il significato veicolato da ogni oggetto, simbolo o segnale, invece di esplicitarsi nella sua performance, implode in se stesso; invece di rimandare a qualcos’altro, contiene le informazioni, le trattiene nella sua stessa espressione.
Il sistema di comunicazione, allo stato attuale, è in grado di produrre realtà artificiali e di suscitare nel fruitore meccanismi interferenziali che sembrano essere naturali o spontanei ma che, in realtà, sono prodotti artificialmente, costituiti dai mezzi di comunicazione stessi.
Non si interviene più scientificamente sulla creazione di stati programmati di disinformazione, di rumore per destabilizzare la comunicazione e per mediatizzare la disinformazione. Si verifica una scomparsa progressiva della realtà e del suo significato, coperta da una rete di segni autolegittimantisi, secondo un’intercambiabilità totale che abolisce il senso e che non permette più di distinguere tra reale e modello di riproduzione dello stesso, tra realtà e artificio, tra vero e falso.
I media lavorano contemporaneamente alla produzione di senso e alla sua liquidazione, alla produzione sociale e alla sua neutralizzazione.
E, nell’Italia degli stereotipi e dei luoghi comuni, ricercare il senso e il significato degli avvenimenti e dei fatti che accadono vuol dire esprimere una resistenza al potere.

Note
1. Puntata di Report, Rai3, “Il sistema sanitario”, luglio 2010.
2. http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2010/09/12/malasanita_padova_ambulanza_negata_parto_bimbo_muore.html
3. Blog RAI “Testimoni di malasanità” – tg1.blog.rai.it/2010/09/20/testimoni-di-malasanita/ all’11.10.2010 su 190 post Nord: 43 Centro: 34 Sud: 43 casi di malasanità.
4. Delle cinquantaquattro testate di cui sono disponibili i dati Ads (Accertamenti diffusione stampa) delle vendite provinciali, ventiquattro operano in mercati con un indice di Herfindahl-Hirschmann superiore a 0,15 considerato normalmente la soglia di attenzione delle autorità antitrust. Ventisei quotidiani nel loro mercato di riferimento hanno una quota di mercato superiore al 30 per cento e ben quarantadue testate contribuiscono all’indice HH del loro mercato per più del 50 per cento.
5. “Concentrazioni nei media e pluralismo”, da http://www.lavoce.info
6. La volontà di acquisto da parte di Angelucci, ras della sanità privata, della Gazzetta del Mezzogiorno dimostra come l’editoria è usata come politica di pressione clientelare e di cultura del ricatto e dello scandalo.
7. Fonte reati e notizie: elaborazioni Osservatorio di Pavia. Fonte percezione: sondaggi Demos & Pi.
8. Noam Chomsky, 10 consigli per difenderci dall’informazione che imbroglia.

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